Il film di Monicelli è diverso da come me lo aspettavo. Abituato ai grandi personaggi questo presenta tratti, caratteri appena abbozzati. Una infinità di trame non svolte. In effetti non è un film ma una lunga, simpatica , divertente e amare preparazione alla scena finale del film.
"Era meglio se gli dicevamo che jiera cornuto."
In effetti non è l'unico delitto commesso durante lo svolgimento della trama del film. Ne ricordo almeno due e su questo baso le mie osservazioni ingenue.
Il primo quando gli aerei inglesi bombardano il campo della croce rossa. Le ragioni sono dovute al fatto che i commilitoni in fuga usano la croce per nascondere la fuga. E una volta scoperto l'inganno vengono derisi, insultati e cacciati via anche se bisognosi di aiuto.
Il secondo quando il commilitone italiano cede la sua pagnotta a due africani, quello tedesco si infuria e ne nasce una lite in cui l'italiano muore a pistolettate. Ma anche in questo caso la ribellione è possibile. Del prete contro i mandamenti della chiesa, dei commilitoni contro la legge italiana e militare. Anche in questo caso è possibile una rivolta. Il grande rifiuto.
Ma quando il tenente muore perché ha dimenticato le sue lettere d'amore sparato dai predoni del deserto, ecco che nutrito a film americani ti aspetteresti una sparatoria, una rimostranza. Ma niente. Tutto si risolve in un " Era meglio se gli dicevamo che jiera cornuto." Come se per certe morti non ci fosse che l'amara attestazione che le cose possono andare storte.
E mi viene in mente un uomo che alla veneranda età dei 35 disoccupato cronico e fallito in ogni attività intellettuale intrapresa, prende in mano un libro che leggeva quando ne aveva 17 e vi ritrova scritto il nome di Batchin prima che diventasse di moda tra i suoi coetanei.
E viene da riflettere sul fatto che se ti ci vogliono 18 anni per capire che il tuo destino era stato segnato da cose che non capivi e quando le capisci sei già intrappolato perché non puoi tornare indietro e non sei meritevole per andare avanti in verità bisogna amaramente ammettere che aveva ragione quell'insegnante che ai genitori del ragazzo allora 13nne disse " Questo è uno che dovrebbe lavorare con le mani. Fategli fare un istituto tecnico."
Con buona pace di chi crede nella scuola buona, quella che si rifiuta il " Ci sono quelli fatti per studiare e quelli che no!"
giovedì 2 dicembre 2010
sabato 27 novembre 2010
2 film in una notte
L'amore è un tema difficile. Parlarne può essere dolce o terribile. Non può però smascherarne i meccanismi. Per quanto uno possa dire o sapere ci si troverà a fare sempre i conti con esso. Se si è fortunati con situazioni sempre diverse altrimenti si è condannati allo stesso processo con gli attori che cambiano sempre come nelle giostre. E' questa la riflessione più immediata dopo aver guardato I film "Bianco e Nero" prima e "L'uomo che ama" in seconda serata.
Il primo è una storia incredibilmente coinvolgente. Ha il suo segreto nel non dire mai dell'amore. Anzi l'unica volta che lo menziona serve solo a ribadirne la sua essenza più profonda fatta da due biglietti del cinema stropicciati o due nomi posti accanto nel registro di un albergo. E' un film che non dice mai come nella tradizione dei racconti dell'amore le sue ragioni. Ci possiamo appellare ai gesti teneri e timidi di lui o ai coraggiosi attraversamenti di lei ma sono nostre congetture, possibili come lo è un amore del genere. Non si può neanche dire che i due protagonisti giungano da una condizione familiare insoddisfacente. Il film sembra quasi voler cascare in questo ingenuo cliché e sebbene ci faccia l'occhiolino se ne tiene lontano fortunatamente. Perderebbe altrimenti tutta la sua potenza inquietante. I due personaggi sono sposati a storie che riguardano tutti con suoceri che potrebbero essere anche molto distanti dal proprio modo di vedere le cose senza per questo essere disgustosi. Con mariti che potrebbero essere o fondare una relazione anche come soluzione alle domande irrisolvibili della vita del tipo: come vivrò il tempo che mi è stato donato? Bisognerebbe altrimenti ammettere che esistono relazioni perfette. Per essere tali però non possono essere pensate. Il pensiero infatti dà domicilio alle cose che per la loro materialità si scontrano incessantemente. Un amore così lo si può sognare, lo si può desiderare a costo di essere pronti a non parlarne. E infatti il film finisce proprio lì, in quel preciso istante. Ma non poteva essere diversamente.
Come invece lo è il secondo film. Confesso che ho già letto alcune recensioni e per pigrizia ho deciso di generalizzare le mie conclusioni affermando che nessuna ha centrato il punto su questo film. Ci parla anche lui di amore senza dirlo. Dei tormenti di un uomo che smette di amare. Con le sue notte insonni che conosco bene. I rimorsi, i sensi di colpa e quella speranza ingenua che, non opponendo resistenza, qualcosa possa succedere a rimettere ordine nella vita. Ma non è così. Che si sia innamorati o che si smetta di amare. Il tempo può non guarire nulla. E l'amore può essere un terribile male. Ma il pregio del film sta in una domanda che nessuno ha saputo cogliere. E sta tutto nel montaggio. Prima, ma è dopo nello scorrere lineare del tempo, vive un amore coinvolgente e stravolgente che finisce con l'abbandono di lei. Poi, che è prima nello scorrere lineare del tempo, vive un amore avvizzito e passivo di chi ha smesso di amare fino all'epilogo in cui lui la abbandona. E il film si conclude esattamente quando lui lasciata la prima incontra la seconda. In quel momento nasce un amore che sappiamo finirà. Come in "Psicho" sappiamo che sta per incombere un terribile male. Di quelli che possono consumare. E nulla possiamo dire al protagonista. Né avvertirlo, né altro. Lui è lì pronto a tagliarsi la barba per piacerle di più. Sorride, seduce e lei non è da meno. Sappiamo che è il preludio di momenti magnificenti, dolci e struggenti. Lo sappiamo ma la domanda che il film ci impone proprio perché non possiamo fare nulla è: saremmo disposti a viverla quella storia d'amore sapendo come andrà a finire?
Lì termina il film. E come direbbe Philip Dick, almeno credo che lo direbbe, quando guardiamo il futuro lo cambiamo. Quindi quella domanda è irrisolvibile. Come la vita. Accettarla invece è una questione di risorse. La fortuna o il merito non hanno nulla a che vedere con questo. Almeno per una volta.
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Bianco e Nero; L'uomo che ama
martedì 16 febbraio 2010
V per Vendetta
E' un film coinvolgente ma non molto diverso tra matrix. Lo vedrei cento volte ma solo per un'unica sequenza. La dove la paura si perde e la vita si riappropria del presente. E tutto con un trucco. Gli artisti usano la menzogna per dire la verità. Sublime sentimento e una lacrima.
lunedì 8 febbraio 2010
Avatar
Ieri sera sono andato al cinema dopo tanto tempo e ho visto Avatar. Bello, imponente e coinvolgente. Di certo. Non era però un film corale. Pochi personaggi spesso tratteggiati con l'indice, suggestivi più per i gesti che per la psicologia. Quasi a ricordarci che non tutto è relativo ma certamente tutto è discutibile per cui non ci rimane che andare sugli atti per discriminare invece che restare sui linguaggi. Semplicistico ma suggestivo. Idealistico e ottimista. Rimane comunque un film non originale ma ben congegnato. Richiama a Balla coi lupi e prima ancora Piccolo grande uomo, spinge su alcune intenzioni di Matrix e conclude con I sette samurai. Ci racconta in effetti di una transizione e una lotta tra due mondi. Consumo vs Ciclo. Individualismo vs Connettività. Buoni e cattivi sono misti eppure non c'è mai il dubbio di chi stiamo parlando. Ma come al solito a me interessano più i dettagli e stavo riflettendo sul fatto che il film parla di una transizione da un vecchio me ad uno nuovo. Quello vecchio ha le gambe paralizzate frutto di una vecchia guerra, ha un'affiliazione frutto di un vecchio addestramento, quello militare, ha un suo marchio con la pistola pronta e l'incapacità a ragionare per conto proprio e infine un vecchio interlacciarsi con il mondo frutto di una vecchia tecnologia. Un bambino che non vede e fa un sacco di rumore. E poi quello nuovo che ha una affiliazione altrettanto vecchia fatta di prove, ma basterebbe guardare qualche film sui marines per capire che è la stessa cosa, ha un marchio perché alieno, perché avatar, perché forestiero, e un interlacciamento decisamente migliore ma solo questione di bpm. Il prima e il dopo si assomigliano spaventosamente eppure scegliamo il dopo perché? Prove, tutta una questione di prove. Ci esaltiamo con Full Metal Jacket tanto quanto con Avatar perché le prove hanno un potere speciale. Ci dicono cosa è sacro e cosa no. Ci pongono nella condizione di essere eroi violando o meno i sacramenti. Ci fanno nascere una seconda volta. Cara vecchia antropologia. E adesso tutti noi sentiamo di voler rinascere ancora un pò. Perché le nostre città hanno lasciato agli individui singoli la riflessione su come scegliere la propria nascita quando è sempre stato una questione sociale e politica.
Che non sia il tema ecologista o il carattere immaginifico del racconto ad esaltare il pubblico lo dimostra una ingenua affermazione di uno spettatore che uscendo ha esclamato: insomma alla fine lui sceglie gli avatar perché gli uomini stanno distruggendo il mondo!
Mi sa che siamo diventati avatar pure noi: quelli che hanno dimenticato come usare i pronomi.
lunedì 25 gennaio 2010
Ridatemi la lotta di classe cazzo!
Fino a qualche tempo fa la televisione ha avuto il coraggio di parlare del disagio intergenerazionale. Poi gli psicologi avvoltoi dell'ultima ora se ne sono appropriati ed ecco apparire il passaggio generazionale in azienda o la genitorialità. Quest'ultima in realtà è venuta prima dell'altra. Si sa che gli psicologi godono prima nelle pruderie e poi pontificano nelle teorie. Ecco poi non se ne è più parlato. L'assenza di lavoro e la data di scadenza su ogni lavoratore hanno preso il registro. Prima ci si stupiva, poi ci hanno preso per il culo con la generazione mille euro. Adesso basta avete rotto il cazzo voi banboccioni. Largo ai giovani e viva il riciclaggio. Che poi sia eco, lobby o scudo poco importa. Prima di tutto lavarsi la coscienza. Prima e dopo i pasti possibilmente per non lasciare residui. Ecco che prima si lottava perché si voleva qualcosa di proprio. Adesso abbiamo privatizzato la lotta e ci troviamo a dover spiegare a chi è più vecchio che le relazioni sono superflui retaggi del passato. Adesso bisogna adottare la regola di Heat - la sfida. E fare il Robert de Niro di turno. Salvo per il finale che essendo n'Americanata buonista il cattivo redento, ma neanche tanto, è pronto alla sua croce e si prende il suo proiettile sta minchia. E stai lì a spiegare che non c'è più polpa, non c'è più niente. Che tu per mille euro stai proprio buono, ma buono buono. Basta che non ti levano il sorriso da condividere con gli amici e qualche parola carina da spendere qua e la. Basta che non mi rompete il cazzo, per dirla franca. Adesso il fatto è che li devi fare fuori tutti. Non uno o due ma proprio tutti. Me compreso, figa. Qua non c'è più giardino o giardinetta. Qua c'è solo trincea per miglia e miglia. E lo sguardo deluso anche del più intransigente degli anarchici. Altro che pippe, non c'è più niente da sognare. Porca troia. Ridatemi la lotta di classe. Vi prego, cazzo.
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venerdì 8 gennaio 2010
Cosa racconteremo ai loro nipoti
Pochi giorni fa, il telegiornale ci ha ammorbato con l'idea che i nostri ragazzi italioti fossero sommersi da un enorme debito morale: un peccato originale da scontare subito e prima dei saldi nei gironi del compito per casa. Immagino queste flotte d'asini trasportate da un Caronte in tuta da ginnastica attraverso uno Stige di numeri e lettere su di un sottomarino giallo.
E poi mi viene in mente che non molto tempo prima otto studenti cinesi sono morti. Troppo presto per morire per un ideale rivoluzionario improntato alla libertà d'espressione o d'azione. Troppo tardi considerato che un'ideologia occidentale e una tecnologia asiatica hanno spazzato via il modo orientale di vedere il mondo. Un'alternativa mancata o un talento sprecato, fate voi! Sono morti otto studenti cinesi travolti e calpestati da una moltitudine di studenti cinesi che tornavano frettolosamente a casa. Che in Giappone si registra il maggior numero di suicidi nel passaggio all'università come registra rigorosamente Piero Angela. O che gli stranieri hanno un'istruzione più elevata degli Svedesi come ci suggerisce Report.
Non so cosa racconteremo al nostro 1,2% di bambini a coppia che ci spetta quando si scontreranno con un mondo agguerrito di studenti colti, forbiti e raziocinanti. Non credo sia importante ciò che penso o approvo ma ricordo sempre le parole di uno dei miei maestri: Se ti comporti da pecora in un branco di lupi non puoi biasimarli quando ti sbraneranno.
martedì 22 dicembre 2009
Il nome vero delle cose
Qualche sera fa hanno mandato in onda i Racconti di Terramare. Lungometraggio animato interessante che ammicca ai temi ambientalisti ed esistenziali in una strana commistione, non del tutto soddisfacente. Ma non è di questo che vorrei parlarvi.
Addentrandosi nella storia l'arcimago Sparviero spiega la meccanica della magia accennando al fatto che ogni cosa ha un nome vero. Possederlo significa dominarlo. Non è poi del tutto assurdo. Viviamo continuamente in nome di questa ipotesi. Ogni ragionamento ex-post si fonda su questo assunto. L'illusione che le cose abbiano un vero nome la viviamo ogni volta che ci capita di inciampare nell'imprevisto. Ogni volta che abbiamo un rimpianto. Di tanto in tanto con un rimorso. Spesso quando affrontiamo un problema o ci dilettiamo a giocare con un ricordo caro. L'esistenza del vero nome esige però che il mondo si basi sulla menzogna altrimenti ogni libertà svanisce ai piedi del primo dire, alla prima lallazione. Se la magia è dominio, l'inganno è sopravvivenza.
Negare questa ipotesi però lascia perplessi in egual misura.
Forse è il limite di questo secolo ridurre tutto a un nome. Mitologica autodeterminazione. Posso forse dire il vero nome di una carezza ed averne una? Posso forse dire del calore che un altro corpo mi dona dicendone il nome? Ha forse odore il vero nome delle cose?
Mi piace pensare che le mie mani o i miei piedi o i miei fianchi sappiano cose che la mia bocca non sa proferire. La magia è forse nel dargliene l'occasione.
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