Qualche sera fa hanno mandato in onda i Racconti di Terramare. Lungometraggio animato interessante che ammicca ai temi ambientalisti ed esistenziali in una strana commistione, non del tutto soddisfacente. Ma non è di questo che vorrei parlarvi.
Addentrandosi nella storia l'arcimago Sparviero spiega la meccanica della magia accennando al fatto che ogni cosa ha un nome vero. Possederlo significa dominarlo. Non è poi del tutto assurdo. Viviamo continuamente in nome di questa ipotesi. Ogni ragionamento ex-post si fonda su questo assunto. L'illusione che le cose abbiano un vero nome la viviamo ogni volta che ci capita di inciampare nell'imprevisto. Ogni volta che abbiamo un rimpianto. Di tanto in tanto con un rimorso. Spesso quando affrontiamo un problema o ci dilettiamo a giocare con un ricordo caro. L'esistenza del vero nome esige però che il mondo si basi sulla menzogna altrimenti ogni libertà svanisce ai piedi del primo dire, alla prima lallazione. Se la magia è dominio, l'inganno è sopravvivenza.
Negare questa ipotesi però lascia perplessi in egual misura.
Forse è il limite di questo secolo ridurre tutto a un nome. Mitologica autodeterminazione. Posso forse dire il vero nome di una carezza ed averne una? Posso forse dire del calore che un altro corpo mi dona dicendone il nome? Ha forse odore il vero nome delle cose?
Mi piace pensare che le mie mani o i miei piedi o i miei fianchi sappiano cose che la mia bocca non sa proferire. La magia è forse nel dargliene l'occasione.
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