C'è un telefilm che ha spopolato molto. Ha avuto grande risonanza. Ha provocato proteste quando la sua programmazione veniva spostata continuamente lasciando lo spettatore in ansia per il timore di perdere una puntata. Soprattutto però ha agito sull'immaginario della pratica medica la cui lobby ha dovuto in più situazioni ribadire che si trattava di finzione. Che quella non era medicina. Che non funziona così. Anche per ragioni etiche. Anche quando i telespettatori ne avrebbero preferito uno così che uno formato dalle istituzioni accademiche. E hanno ragione questi spettatori perché Dr. House non è un medico qualunque. E' un maestro. Il maestro. Egli non dice mai, non emette mai diagnosi. Incoraggia, smentisce ma non proferisce. Rende metafora ciò che sa già tanto da potersi permettere la cura prima della conferma della diagnosi. Il suo sapere è talmente profondo da rendersi contro fattuale. Contro ogni evidenza. Scientifico ma non solo. Paradigma linguistico della scienza moderna fatta di possibili e alternative anche là dove le parole non arrivano, quel mondo non linguistico.
Gregory House è il modo in cui la televisione immagina Dio. Il suo obiettivo non è la cura o la guarigione ma la verità dalla quale in modo non necessario quelle dipendono. Verità che non vuole condizionare. Libero arbitrio in sala diagnostica. Eppure si vede il Dr. House imporre e costringere i pazienti alle cure o trovarlo intento ad interpretare i sintomi sconcertato dal fatto di non sapere o non capire? Egli è onnisciente non onnipresente. Il modo in cui la verità emerge è un processo di confronto continuo in cui il reale viene sempre interrogato per rispondere di se stesso. E' la realtà sul banco di prova non il sapere del maestro. Si fanno esami, si provano cure perché la realtà si sveli. Quando Dr. House non sa, è la realtà che non è stata interpellata. E di fatto ogni problema apparentemente misterioso si risolve dopo un colloquio con amici, tra pazienti, per metafora combinatoria di termini e meccaniche. Illuminazione sì, ma di angoli bui della casa. Luoghi in cui c'era già la risposta, solo che era stata lasciata in disparte a prendere polvere. All'origine era il Verbo. Metafora divina certo ma venata di disprezzo. Ecco allora la vendetta su questo Dio così capace e caparbio. Egli può essere onnisciente a patto che tutti dicano il vero, che tutti siano loro stessi contro ogni volontà di cambiamento. Lui sa se tutto è fermo. Quindi Dr. House spia, gioca, provoca, restituisce il proprio Io a chi lo vorrebbe cambiare e lo modifica a chi lo vorrebbe stabile. Sempre perché tutto resti così com'è, perché la sua infinita sapienza si esplichi in tutta la sua potenza. Pena la follia. Omicida e liberatoria. Niente autodeterminazione in questo superamento di confine. Onniscienza, onnipotenza, tirannia. La casa come prigione.
E noi impariamo. Impariamo che il male e il bene sono accessori. Che tutta la lotta sta nel dire il vero. Visione cristiana del mondo con tanto di spirito di vendetta e Cristo in croce. Lo sapevamo già che il mondo è un brutto posto, che il sapere è potere e ci salverà forse. Però consola molto vedere questo Dio conservatore che noi potremmo minacciare con un minimo gesto. Un accenno di cambiamento. E così ci lasciamo cullare nelle nostre poltrone a poltrire. Potremmo se volessimo. Ma adesso godiamoci lo spettacolo.

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