L'amore è un tema difficile. Parlarne può essere dolce o terribile. Non può però smascherarne i meccanismi. Per quanto uno possa dire o sapere ci si troverà a fare sempre i conti con esso. Se si è fortunati con situazioni sempre diverse altrimenti si è condannati allo stesso processo con gli attori che cambiano sempre come nelle giostre. E' questa la riflessione più immediata dopo aver guardato I film "Bianco e Nero" prima e "L'uomo che ama" in seconda serata.
Il primo è una storia incredibilmente coinvolgente. Ha il suo segreto nel non dire mai dell'amore. Anzi l'unica volta che lo menziona serve solo a ribadirne la sua essenza più profonda fatta da due biglietti del cinema stropicciati o due nomi posti accanto nel registro di un albergo. E' un film che non dice mai come nella tradizione dei racconti dell'amore le sue ragioni. Ci possiamo appellare ai gesti teneri e timidi di lui o ai coraggiosi attraversamenti di lei ma sono nostre congetture, possibili come lo è un amore del genere. Non si può neanche dire che i due protagonisti giungano da una condizione familiare insoddisfacente. Il film sembra quasi voler cascare in questo ingenuo cliché e sebbene ci faccia l'occhiolino se ne tiene lontano fortunatamente. Perderebbe altrimenti tutta la sua potenza inquietante. I due personaggi sono sposati a storie che riguardano tutti con suoceri che potrebbero essere anche molto distanti dal proprio modo di vedere le cose senza per questo essere disgustosi. Con mariti che potrebbero essere o fondare una relazione anche come soluzione alle domande irrisolvibili della vita del tipo: come vivrò il tempo che mi è stato donato? Bisognerebbe altrimenti ammettere che esistono relazioni perfette. Per essere tali però non possono essere pensate. Il pensiero infatti dà domicilio alle cose che per la loro materialità si scontrano incessantemente. Un amore così lo si può sognare, lo si può desiderare a costo di essere pronti a non parlarne. E infatti il film finisce proprio lì, in quel preciso istante. Ma non poteva essere diversamente.
Come invece lo è il secondo film. Confesso che ho già letto alcune recensioni e per pigrizia ho deciso di generalizzare le mie conclusioni affermando che nessuna ha centrato il punto su questo film. Ci parla anche lui di amore senza dirlo. Dei tormenti di un uomo che smette di amare. Con le sue notte insonni che conosco bene. I rimorsi, i sensi di colpa e quella speranza ingenua che, non opponendo resistenza, qualcosa possa succedere a rimettere ordine nella vita. Ma non è così. Che si sia innamorati o che si smetta di amare. Il tempo può non guarire nulla. E l'amore può essere un terribile male. Ma il pregio del film sta in una domanda che nessuno ha saputo cogliere. E sta tutto nel montaggio. Prima, ma è dopo nello scorrere lineare del tempo, vive un amore coinvolgente e stravolgente che finisce con l'abbandono di lei. Poi, che è prima nello scorrere lineare del tempo, vive un amore avvizzito e passivo di chi ha smesso di amare fino all'epilogo in cui lui la abbandona. E il film si conclude esattamente quando lui lasciata la prima incontra la seconda. In quel momento nasce un amore che sappiamo finirà. Come in "Psicho" sappiamo che sta per incombere un terribile male. Di quelli che possono consumare. E nulla possiamo dire al protagonista. Né avvertirlo, né altro. Lui è lì pronto a tagliarsi la barba per piacerle di più. Sorride, seduce e lei non è da meno. Sappiamo che è il preludio di momenti magnificenti, dolci e struggenti. Lo sappiamo ma la domanda che il film ci impone proprio perché non possiamo fare nulla è: saremmo disposti a viverla quella storia d'amore sapendo come andrà a finire?
Lì termina il film. E come direbbe Philip Dick, almeno credo che lo direbbe, quando guardiamo il futuro lo cambiamo. Quindi quella domanda è irrisolvibile. Come la vita. Accettarla invece è una questione di risorse. La fortuna o il merito non hanno nulla a che vedere con questo. Almeno per una volta.
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